Il tempo di una riflessione…
Tra collaborazione e appropriazione
Negli ultimi anni ACdV è cresciuta in modo esponenziale, tanto che il suo marchio compare ormai frequentemente anche nei servizi giornalistici, talvolta in modo inopportuno. Parallelamente, si sono moltiplicati i tentativi di imitazione e di abuso: un segnale evidente di quanto il progetto sia diventato conosciuto e riconoscibile.
Oggi vogliamo raccontare una storia. O meglio, trasformare una vicenda reale in una narrazione, evitando di menzionare direttamente gli attori coinvolti, ma senza nasconderne la drammaticità.
Tutto prende avvio da un Protocollo d’Intesa sulla sicurezza, documento che le Prefetture utilizzano per sancire accordi con le Amministrazioni locali. Questo Protocollo, però, appare anomalo rispetto a tutti gli altri: contiene infatti un allegato che menziona il Controllo del Vicinato, ricco di particolari che sembrano essere stati scritti dall’Associazione stessa e che, a una prima lettura, potrebbero persino suscitare orgoglio.
Se non fosse che, al suo interno, emergono alcune contraddizioni che non appartengono e non apparterranno mai ad ACdV.
La prima riguarda la figura dei coordinatori: il documento stabilisce che essi vengano scelti dall’Amministrazione sulla base di requisiti quali la rettitudine morale e la fedina penale immacolata. Di fatto, ancora prima di coinvolgere i cittadini e di spiegare loro il valore del progetto, si prefigura l’esistenza di un gruppo di cittadini inviati sul territorio alla ricerca di sentinelle da arruolare. È lecito domandarsi se, in periodo elettorale, tali cittadini “selezionati” possano poi diventare un utile bacino di supporto per una campagna elettorale.
La seconda criticità è rappresentata dalla figura del Referente Civico: un volontario scelto dall’Amministrazione, incaricato di coordinare i gruppi, formarli sul progetto e controllare che le attività vengano svolte correttamente. Il Referente Civico, con ogni probabilità, non conosce a fondo l’organizzazione e i contenuti indicati nel progetto che soltanto i soci possono conoscere.
A completare il quadro, l’Amministrazione emette un Vademecum che riporta integralmente il programma dell’Associazione, inclusi i punti sopra citati. Il documento appare come se fosse stato redatto da ACdV, ma in realtà non lo è: non reca alcuna firma né alcun logo che ne certifichi l’appartenenza.
Solo in un secondo momento ACdV, tramite un proprio Socio Referente, formalizza un accordo con l’Amministrazione attraverso una Lettera d’Intenti, documento che comporta la richiesta di utilizzo del logo, concesso in virtù dell’accordo stesso.
Il logo, ormai divenuto un sigillo imprescindibile, finisce così per rappresentare la “firma” dell’Associazione su un’azione dalla quale, fin dalle prime battute, ACdV è stata di fatto esclusa, se non come marchio di fabbrica.
Questo è solo uno dei tanti tentativi di appropriazione di un know-how che, negli anni, tutti i soci di ACdV hanno contribuito a costruire e migliorare con impegno e sacrificio. Un patrimonio che, proprio perché ormai noto, è difficile da difendere. L’unica cosa realmente inviolabile, perché di nostra proprietà, resta il marchio.
Aumentiamo quindi tutti l’attenzione. Difendiamolo segnalando anomalie, non possiamo regalarlo come un semplice timbro lasciapassare.
Febbraio 2026
Ferdinando Raffero
Presidente Associazione Controllo del Vicinato ACdV – OdV